Quando si riceve una diagnosi di sclerosi multipla, prima o poi arriva anche la domanda sull’alimentazione. A volte nasce da un dubbio personale, altre volte da un consiglio ricevuto, da un video trovato online, da una testimonianza letta per caso o da qualcuno che, con grande sicurezza, spiega che “basta togliere questo” o “devi assolutamente seguire quel protocollo”.
Il problema è che la sclerosi multipla è già una malattia complessa. Se a questa complessità aggiungiamo messaggi alimentari contraddittori, promesse troppo forti e divieti presentati come verità assolute, il risultato non è chiarezza. È confusione.
E la confusione, quando si parla di salute, non è mai neutra. Può portare a scelte inutilmente restrittive, sensi di colpa, paura del cibo e aspettative irrealistiche.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere: “Qual è la dieta giusta per la sclerosi multipla?”
La domanda più utile è un’altra: “In che modo l’alimentazione può aiutare una persona con sclerosi multipla, senza trasformarsi in una promessa che la scienza non può mantenere?”
La dieta non è una terapia per la sclerosi multipla
Partiamo dal punto più importante: oggi non esiste una dieta dimostrata in grado di curare la sclerosi multipla, sostituire le terapie farmacologiche o bloccare con certezza la progressione della malattia.
Una revisione Cochrane del 2020 sugli interventi dietetici nella sclerosi multipla ha concluso che le evidenze disponibili sono insufficienti per stabilire se specifiche diete o supplementazioni antiossidanti abbiano un impatto chiaro sugli esiti legati alla malattia [1]. Detto in modo semplice: la ricerca esiste, l’interesse è alto, ma non abbiamo ancora prove abbastanza solide per trasformare un protocollo alimentare in una cura.
Questo punto va detto con chiarezza, perché molte persone cercano nell’alimentazione una forma di controllo. È comprensibile. Quando una malattia è imprevedibile, qualsiasi cosa sembri offrire una direzione diventa attraente. Ma il bisogno di controllo non deve diventare terreno fertile per false certezze.
Una dieta può essere utile. Ma utile non significa miracolosa.
Allora perché parlare di alimentazione?
Perché alimentazione non significa solo “terapia della malattia”. Significa anche qualità della vita, energia, salute intestinale, composizione corporea, rischio cardiovascolare, gestione del peso e capacità di sostenere meglio la quotidianità.
Questo è il punto che spesso si perde.
Se una dieta non cura la sclerosi multipla, non vuol dire che mangiare bene sia irrilevante. Vuol dire che dobbiamo cambiare il modo in cui facciamo la domanda.
Alcune revisioni recenti suggeriscono che gli interventi dietetici possano avere effetti interessanti soprattutto su fatica e qualità della vita, pur con limiti importanti nella qualità degli studi, nella durata degli interventi e nella varietà dei protocolli analizzati [2,3]. Una network meta-analisi pubblicata su Neurology ha valutato diversi approcci dietetici nella sclerosi multipla e ha osservato possibili benefici su fatica e qualità della vita, ma gli stessi autori invitano alla cautela nell’interpretazione dei risultati [2].
Questo significa che il tema è rilevante, ma non va gonfiato. La nutrizione non è il telecomando della sclerosi multipla. Non premi un tasto e cambi canale alla malattia. Però può essere una leva concreta su aspetti che, nella vita reale, pesano moltissimo.
Il rischio delle diete “identitarie”
Uno degli errori più comuni è trasformare l’alimentazione in una bandiera.
C’è chi diventa “senza glutine”, chi “senza latticini”, chi “chetogenico”, chi “paleo”, chi “antinfiammatorio”, chi segue protocolli molto rigidi. A volte queste scelte nascono da bisogni reali. Altre volte nascono da paura, testimonianze isolate o messaggi troppo semplificati.
Il problema non è provare a mangiare meglio. Il problema è pensare che più una dieta è restrittiva, più sia efficace.
Nel caso del glutine, per esempio, una revisione sistematica ha concluso che non ci sono evidenze sufficienti per affermare con sicurezza che il glutine abbia un ruolo chiaro nella sclerosi multipla [4]. Questo non vuol dire che nessuno debba mai eliminarlo. Una persona con celiachia, sensibilità documentata o disturbi gastrointestinali specifici può avere indicazioni diverse. Ma questa è personalizzazione, non regola universale.
La differenza è enorme.
Dire “in alcuni casi può essere utile valutare” è scienza applicata. Dire “chi ha la sclerosi multipla deve togliere il glutine” è una semplificazione.
E le semplificazioni, anche quando sembrano rassicuranti, spesso fanno danni.
Dove l’alimentazione può contare davvero
L’alimentazione può contare quando aiuta a costruire una base più solida.
Può contare se permette di gestire meglio il peso corporeo, soprattutto quando l’eccesso di adiposità rende più difficile muoversi, aumenta la fatica percepita o peggiora altri fattori di rischio. Una revisione sistematica con meta-analisi del 2024 ha valutato il rapporto tra BMI, circonferenza vita e progressione della disabilità nella sclerosi multipla, confermando l’interesse crescente verso il ruolo della composizione corporea e degli indicatori metabolici [5].
Può contare se sostiene una migliore qualità della dieta: più alimenti poco processati, più fibra, più varietà, fonti proteiche adeguate, grassi di buona qualità, maggiore attenzione alla regolarità dei pasti.
Può contare se aiuta a ridurre carenze nutrizionali documentate. Ma anche qui serve prudenza. La vitamina D, per esempio, è molto studiata nella sclerosi multipla, ma una meta-analisi del 2024 sugli studi randomizzati ha concluso che la supplementazione con vitamina D3, come trattamento aggiuntivo, non ha mostrato un impatto significativo su EDSS, ricadute annualizzate o nuove lesioni T2 nel breve-medio periodo [6]. Correggere una carenza è sensato. Vendere la vitamina D come soluzione per controllare la malattia è un’altra cosa.
Questa distinzione è fondamentale: una cosa può essere utile per la salute senza essere una terapia specifica per la sclerosi multipla.
Il cibo non dovrebbe diventare un tribunale
C’è un aspetto di cui si parla poco: il peso psicologico delle regole alimentari.
Molte persone con sclerosi multipla vivono già con una certa quota di incertezza. Sintomi che cambiano, giornate diverse, fatica difficile da spiegare, controlli, terapie, risonanze, aspettative degli altri. Se anche il cibo diventa un elenco di sospetti, ogni pasto rischia di trasformarsi in un interrogatorio.
“Ho mangiato male, quindi starò peggio?”
“Se oggi sono più stanco, sarà stato quello che ho mangiato ieri?”
“Se ho un nuovo sintomo, avrò sbagliato dieta?”
Questo meccanismo è pericoloso, perché sposta tutto sulla responsabilità individuale. E una persona con sclerosi multipla non ha bisogno di un altro motivo per sentirsi in colpa.
Una buona alimentazione dovrebbe fare il contrario: dare struttura, non ansia. Dare strumenti, non punizioni. Aiutare a orientarsi, non moltiplicare i divieti.
La strada più sensata: meno protocollo, più criterio
Se togliamo le promesse miracolose e lo scetticismo totale, resta una via molto più utile: costruire un’alimentazione personalizzata, sostenibile e coerente con la persona.
Questo significa partire da domande concrete.
La persona ha fatigue importante? Ha difficoltà intestinali? Ha perso massa muscolare? Ha preso peso dopo la diagnosi o dopo un cambio di abitudini? Riesce a cucinare? Si allena? Ha fame nervosa? Ha paura di alcuni alimenti? Ha carenze documentate? Sta seguendo terapie che influenzano appetito, peso o tolleranza digestiva?
Sono queste le domande che rendono l’alimentazione davvero clinica e pratica. Non l’ennesima lista di cibi “sì” e cibi “no”.
La sclerosi multipla non è uguale per tutti. Anche l’alimentazione non dovrebbe esserlo.
Conclusione
Non esiste una dieta per la sclerosi multipla nel senso in cui spesso viene cercata: una formula capace di controllare la malattia, cancellare l’incertezza e sostituire il percorso medico.
Ma l’alimentazione conta.
Conta perché può sostenere la salute generale. Conta perché può influenzare energia, peso, intestino, composizione corporea e qualità della vita. Conta perché può aiutare una persona a sentirsi meno in balia del caos, purché venga usata come strumento e non come gabbia.
Il punto non è trovare la dieta perfetta. Il punto è imparare a distinguere ciò che è dimostrato, ciò che è plausibile e ciò che invece viene spesso venduto con troppa sicurezza.
Ed è proprio qui che si gioca la differenza tra una buona divulgazione e l’ennesima promessa travestita da consiglio.
Per approfondire
Questo articolo è solo una porta d’ingresso. Nel libro approfondisco il rapporto tra sclerosi multipla e alimentazione con un obiettivo preciso: aiutare il lettore a orientarsi tra evidenze, falsi miti, protocolli restrittivi e scelte davvero applicabili nella vita quotidiana.
Non per cercare una dieta miracolosa.
Ma per costruire un modo più lucido, concreto e sostenibile di prendersi cura di sé.
Bibliografia essenziale
[1] Parks NE, Jackson-Tarlton CS, Vacchi L, Merdad R, Johnston BC. Dietary interventions for multiple sclerosis-related outcomes. Cochrane Database of Systematic Reviews. 2020.
[2] Snetselaar LG, Cheek JJ, Fox SS, et al. Efficacy of Diet on Fatigue and Quality of Life in Multiple Sclerosis: A Systematic Review and Network Meta-analysis of Randomized Trials. Neurology. 2023.
[3] Guerrero Aznar MD, Villanueva Guerrero MD, Cordero Ramos J, et al. Efficacy of diet on fatigue, quality of life and disability status in multiple sclerosis patients: rapid review and meta-analysis of randomized controlled trials. BMC Neurology. 2022.
[4] Thomsen HL, Jessen EB, Passali M, et al. The role of gluten in multiple sclerosis: A systematic review. Multiple Sclerosis and Related Disorders. 2019.
[5] Giannopapas V, et al. Waist Circumference and Body Mass Index as Predictors of Disability Progression in Multiple Sclerosis: A Systematic Review and Meta-analysis. Journal of Clinical Medicine. 2024.
[6] Mahler JV, et al. Vitamin D3 as an add-on treatment for multiple sclerosis: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Neurology. 2024.
