Introduzione
L’attività fisica è ormai considerata una componente importante della gestione della sclerosi multipla. Le evidenze più consolidate riguardano il miglioramento della forza, della capacità aerobica, dell’equilibrio, della mobilità, della fatigue e della qualità della vita. Più difficile è rispondere a una domanda diversa e scientificamente più ambiziosa: l’esercizio può influenzare anche i processi biologici coinvolti nel danno del sistema nervoso?
Una revisione sistematica pubblicata il 29 giugno 2026 ha riacceso l’interesse su questo tema analizzando gli effetti dell’esercizio fisico sulle concentrazioni circolanti dei neurofilamenti a catena leggera, indicati generalmente con la sigla NfL. Gli autori hanno incluso 15 articoli, per un totale di 765 partecipanti, dei quali 368 con sclerosi multipla. In alcuni studi condotti nella SM, programmi di allenamento contro resistenza, Pilates e interval training ad alta intensità sono stati associati a una riduzione dei livelli di NfL.
È un risultato interessante, ma deve essere interpretato con prudenza. Una riduzione dei neurofilamenti nel sangue non dimostra automaticamente che l’esercizio abbia riparato i neuroni, rallentato la progressione della sclerosi multipla o modificato il decorso della malattia. Mostra, più correttamente, un possibile segnale biologico che dovrà essere confermato da studi più grandi, omogenei e prolungati nel tempo.
Contesto scientifico
Che cosa sono i neurofilamenti a catena leggera
I neurofilamenti sono proteine strutturali presenti soprattutto negli assoni, cioè nei prolungamenti attraverso i quali le cellule nervose trasmettono i segnali. Quando si verifica un danno neuroassonale, una parte di queste proteine viene liberata nel liquido cerebrospinale e, successivamente, può essere rilevata anche nel sangue.
Tra le diverse componenti dei neurofilamenti, la catena leggera è quella maggiormente studiata come biomarcatore. Grazie allo sviluppo di metodiche analitiche molto sensibili, oggi è possibile misurare il neurofilamento light chain nel siero o nel plasma con un semplice prelievo di sangue.
Nella sclerosi multipla, concentrazioni più elevate di NfL sono associate, a livello di popolazione, a una maggiore probabilità di attività infiammatoria, ricadute cliniche, nuove lesioni alla risonanza magnetica e peggioramento della disabilità. Una meta-analisi pubblicata nel 2026 ha confermato l’associazione tra livelli elevati di NfL, attività radiologica, ricadute e progressione della disabilità.
Questo non significa, però, che il valore dei neurofilamenti possa essere interpretato isolatamente. Le indicazioni più recenti suggeriscono di utilizzare gli NfL insieme alla valutazione clinica, alla risonanza magnetica e agli altri elementi che descrivono l’andamento della malattia. Non sono un test autonomo capace di stabilire, da solo, se una persona stia migliorando o peggiorando.
Un biomarcatore utile, ma non specifico
I neurofilamenti non sono specifici della sclerosi multipla. Possono aumentare in numerose condizioni neurologiche caratterizzate da danno assonale e possono essere influenzati anche da fattori non direttamente collegati all’attività della malattia.
Età, composizione corporea, funzionalità renale, comorbidità neurologiche e sistemiche possono modificarne le concentrazioni e complicarne l’interpretazione. Per questo, in ambito clinico e di ricerca, è importante utilizzare valori corretti o confrontati con popolazioni di riferimento adeguate, anziché applicare una singola soglia indistintamente a tutte le persone.
Anche il momento in cui viene effettuato il prelievo può essere rilevante. Uno studio sul training intervallato ad alta intensità ha osservato una riduzione acuta dei neurofilamenti plasmatici dopo l’esercizio, sollevando la possibilità che una seduta recente possa temporaneamente modificare il risultato del test. Questo fenomeno è interessante dal punto di vista biologico, ma rappresenta anche un possibile elemento di confondimento quando si confrontano misurazioni effettuate in condizioni differenti.
Cosa dice davvero la scienza
La revisione sistematica del 2026
La revisione del 2026 aveva come obiettivo principale valutare l’effetto dell’esercizio fisico sui livelli circolanti di NfL nelle persone con sclerosi multipla e, secondariamente, in altre patologie neurologiche. Gli autori hanno effettuato una ricerca in cinque database seguendo le indicazioni PRISMA e hanno incluso 15 articoli con 765 partecipanti complessivi, 484 dei quali donne. Il gruppo più numeroso era costituito da persone con sclerosi multipla.
Negli studi sulla sclerosi multipla, riduzioni significative dei neurofilamenti sono state osservate dopo alcuni programmi di allenamento contro resistenza, Pilates e interval training ad alta intensità. Gli autori hanno quindi concluso che alcune modalità di esercizio strutturato potrebbero essere associate a una diminuzione delle concentrazioni di NfL e hanno ipotizzato un possibile ruolo neuroprotettivo.
La parola decisiva è potrebbero.
La revisione non dimostra un rapporto causale definitivo e non permette di stabilire che una specifica modalità di allenamento sia superiore alle altre. Gli studi inclusi differivano per caratteristiche dei partecipanti, livello di disabilità, durata dell’intervento, intensità, modalità di esercizio, trattamento farmacologico, metodo di laboratorio e tempistica dei prelievi.
Inoltre, i 15 articoli non riguardavano esclusivamente la sclerosi multipla, ma comprendevano anche altre condizioni neurologiche. Il numero effettivo di studi disponibili per ciascuna modalità di allenamento nella SM era quindi limitato.
Le revisioni precedenti erano già prudentemente favorevoli
Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2024 aveva già valutato il rapporto tra esercizio e NfL nelle persone con sclerosi multipla. Gli autori descrivevano un possibile effetto favorevole del training sui livelli ematici dei neurofilamenti, ma definivano le evidenze ancora preliminari e richiedevano studi più rigorosi e meglio controllati.
La revisione del 2026 rafforza quindi un segnale già presente nella letteratura, ma non risolve i principali problemi metodologici. Più che una conferma definitiva, rappresenta un ulteriore passo nella stessa direzione.
Perché alcuni studi trovano una riduzione e altri no
I risultati dei singoli studi non sono uniformi.
Uno studio randomizzato del 2021, condotto su persone con sclerosi multipla recidivante-remittente, ha osservato una riduzione dei livelli sierici di NfL e della proteina fibrillare acida della glia, o GFAP, dopo otto settimane di esercizio aerobico.
Nello stesso anno, uno studio sull’interval training ad alta intensità ha rilevato una diminuzione acuta dei neurofilamenti plasmatici e modificazioni della via della chinurenina, proponendo un possibile meccanismo attraverso il quale l’esercizio potrebbe influenzare i processi neuroinfiammatori.
Al contrario, un’analisi secondaria pubblicata nel 2023 non ha osservato modificazioni significative di NfL, GFAP o fattore neurotrofico derivato dal cervello dopo un programma di allenamento aerobico in persone con fatigue correlata alla sclerosi multipla.
Queste divergenze non sono necessariamente sorprendenti. Possono dipendere da:
- campioni numericamente piccoli;
- differenti livelli iniziali di NfL;
- presenza o assenza di attività infiammatoria recente;
- trattamenti farmacologici diversi;
- programmi di esercizio non confrontabili;
- differenze nella durata e nell’intensità;
- prelievi effettuati immediatamente dopo l’esercizio oppure a distanza;
- metodiche di laboratorio differenti;
- età, disabilità e condizioni cliniche dei partecipanti.
Quando un biomarcatore è influenzato da numerose variabili, risultati discordanti non significano necessariamente che alcuni studi siano “giusti” e altri “sbagliati”. Spesso indicano che la domanda scientifica è più complessa di quanto suggerisca una singola media di gruppo.
Le evidenze cliniche sull’esercizio sono più solide di quelle sui biomarcatori
L’incertezza sui neurofilamenti non deve essere confusa con un’incertezza generale sull’utilità dell’esercizio nella sclerosi multipla.
Una meta-analisi del 2024, comprendente 40 studi randomizzati e oltre 2.100 partecipanti tra gruppi di intervento e controllo, ha rilevato miglioramenti significativi dell’equilibrio, della capacità di cammino, della resistenza al cammino, della fatigue e della qualità della vita. Nell’analisi per sottogruppi, esercizio aerobico, allenamento contro resistenza e programmi multicomponente risultavano tutti utili su diversi esiti clinici.
Questi risultati riguardano funzioni e sintomi direttamente rilevanti nella vita quotidiana. Sono quindi, allo stato attuale, più solidi e clinicamente utilizzabili rispetto all’ipotesi che l’esercizio possa modificare gli NfL o esercitare un effetto sulla progressione biologica della malattia.
Cosa non dice la scienza
Non dimostra che l’esercizio rigeneri i neuroni
Una riduzione dei neurofilamenti nel sangue non equivale a una rigenerazione del tessuto nervoso.
Gli NfL sono un indicatore indiretto di danno neuroassonale. Se diminuiscono, è possibile che si sia ridotto il rilascio di queste proteine, ma il dato non mostra direttamente la riparazione degli assoni, la rimielinizzazione o la formazione di nuove cellule nervose.
Per dimostrare un effetto riparativo sarebbero necessari studi capaci di integrare biomarcatori, risonanza magnetica avanzata, misure cliniche, valutazioni funzionali e follow-up sufficientemente lunghi.
Non dimostra che l’esercizio rallenti la progressione della sclerosi multipla
I risultati disponibili non consentono di affermare che l’esercizio rallenti la progressione della disabilità o modifichi il decorso della malattia nello stesso modo in cui vengono valutate le terapie modificanti la malattia.
La maggior parte degli studi sull’esercizio dura alcune settimane o alcuni mesi. La progressione della sclerosi multipla, invece, deve essere valutata su periodi molto più lunghi e attraverso esiti clinici e radiologici appropriati.
Una riduzione a breve termine di un biomarcatore può essere promettente, ma non può sostituire la dimostrazione di un beneficio clinico duraturo.
Non dimostra che l’HIIT, il Pilates o i pesi siano sempre le scelte migliori
Il fatto che alcune modalità siano state associate a una riduzione dei neurofilamenti non significa che debbano essere prescritte indistintamente a tutte le persone con sclerosi multipla.
Il confronto tra modalità di esercizio deriva da pochi studi, spesso piccoli e molto differenti tra loro. Non esiste ancora una dose di esercizio validata specificamente per ridurre gli NfL, né sappiamo se tale riduzione sia clinicamente rilevante per ogni persona.
Inoltre, il nome della modalità dice poco sulla reale struttura dell’intervento. Due programmi definiti “allenamento contro resistenza” possono differire profondamente per esercizi, carichi, numero di serie, recuperi, supervisione e progressione.
Non dimostra che più intensità produca automaticamente più beneficio
L’intensità è soltanto una componente del carico di allenamento. Un programma efficace dipende anche da volume, frequenza, recupero, livello di partenza, continuità e capacità di tollerare lo stimolo.
Un’intensità elevata può essere appropriata per alcune persone e poco sostenibile per altre. Fatigue, sensibilità al calore, disturbi dell’equilibrio, spasticità, dolore, decondizionamento, alterazioni autonomiche e comorbidità possono modificare profondamente la risposta all’esercizio.
La fisiologia non assegna medaglie a chi soffre di più. Lo stimolo deve essere sufficiente a produrre un adattamento, ma compatibile con le capacità della persona e con la possibilità di recuperare.
Non autorizza a sostituire la terapia farmacologica
L’attività fisica può integrare la gestione della sclerosi multipla, ma non sostituisce la terapia prescritta dal neurologo.
I neurofilamenti vengono studiati anche per valutare l’attività della malattia e la risposta alle terapie modificanti la malattia. Un eventuale effetto dell’esercizio sugli NfL deve essere interpretato all’interno di questo contesto, non in contrapposizione ai trattamenti farmacologici. Le raccomandazioni cliniche considerano infatti il biomarcatore uno strumento complementare alla valutazione neurologica e alla risonanza magnetica.
Implicazioni pratiche senza promesse
Ciò che è supportato dalle evidenze
L’esercizio fisico regolare può migliorare capacità aerobica, forza muscolare, equilibrio, mobilità, resistenza al cammino, fatigue e qualità della vita in molte persone con sclerosi multipla. Le dimensioni del beneficio variano tra individui e non tutti rispondono nello stesso modo, ma la direzione generale delle evidenze è favorevole.
L’allenamento, quando adeguatamente programmato, non sembra aumentare il rischio di ricadute o di eventi avversi gravi. Una revisione sistematica aggiornata, basata su 40 studi randomizzati e 1.780 partecipanti, non ha riscontrato un rischio superiore di ricaduta, eventi avversi o eventi avversi gravi rispetto alle condizioni di controllo.
Le raccomandazioni internazionali suggeriscono di promuovere attività fisica ed esercizio lungo tutto il decorso della malattia, adattandoli al livello di disabilità. Un consensus della National Multiple Sclerosis Society raccomanda di progredire gradualmente verso almeno 150 minuti settimanali di esercizio e/o attività fisica quotidiana, tenendo conto di sintomi, comorbidità, preferenze e condizioni di sicurezza. Il valore di 150 minuti è un obiettivo generale, non un requisito da raggiungere immediatamente né una prescrizione identica per tutti.
Ciò che è plausibile ma non ancora dimostrato
È plausibile che l’esercizio regolare produca effetti biologici che vadano oltre il semplice miglioramento muscolare.
L’attività fisica può influenzare il metabolismo, la funzione vascolare, la sensibilità insulinica, la risposta immunitaria, la neuroplasticità, i fattori neurotrofici e la via della chinurenina. Alcuni di questi meccanismi potrebbero contribuire a ridurre il danno neuroassonale o ad aumentare la capacità del sistema nervoso di adattarsi.
Il possibile abbassamento degli NfL rappresenta un segnale coerente con questa ipotesi. Non costituisce, però, una prova sufficiente per parlare di effetto neuroprotettivo clinicamente dimostrato.
Ciò che rimane ipotetico
Resta ipotetico che un determinato programma di allenamento possa:
- rallentare la progressione della sclerosi multipla;
- prevenire nuove lesioni;
- ridurre stabilmente l’attività della malattia;
- determinare una quantità clinicamente rilevante di neuroprotezione;
- produrre una risposta prevedibile degli NfL nel singolo individuo;
- essere prescritto sulla base del solo valore dei neurofilamenti.
Per verificare queste ipotesi servono studi randomizzati più ampi, con interventi ben descritti, misurazioni standardizzate, gruppi clinicamente comparabili e follow-up di durata sufficiente. Sarebbe inoltre necessario verificare se le modificazioni degli NfL siano associate a un’effettiva riduzione di ricadute, lesioni alla risonanza magnetica o progressione della disabilità.
Come tradurre le evidenze in un programma realistico
La programmazione dovrebbe partire dalle caratteristiche della persona, non dalla modalità di esercizio che ha ottenuto il risultato più interessante in uno studio.
È necessario considerare:
- forma e fase della malattia;
- livello di disabilità;
- forza e capacità aerobica iniziali;
- equilibrio e rischio di caduta;
- fatigue e andamento dei sintomi;
- sensibilità al calore;
- qualità del sonno e recupero;
- spasticità, dolore e limitazioni articolari;
- trattamento farmacologico e comorbidità;
- preferenze, ambiente e sostenibilità del programma.
Allenamento aerobico, esercizi contro resistenza, attività per equilibrio e coordinazione e lavoro sulla mobilità possono essere combinati in proporzioni differenti. Le indicazioni disponibili suggeriscono generalmente di integrare componente aerobica e allenamento della forza, aggiungendo esercizi per equilibrio e controllo motorio quando necessari.
Nelle persone sensibili al calore può essere utile modificare ambiente, durata, densità del lavoro e strategie di raffreddamento. L’aumento transitorio dei sintomi dovuto alla temperatura corporea non coincide necessariamente con una ricaduta, ma può ridurre la tollerabilità dell’allenamento e deve essere considerato nella programmazione.
Conclusione
Le evidenze disponibili mostrano che l’esercizio fisico può produrre benefici concreti nella sclerosi multipla, soprattutto su forza, capacità aerobica, cammino, equilibrio, fatigue e qualità della vita.
Le nuove ricerche sui neurofilamenti suggeriscono che alcuni programmi di esercizio possano essere associati anche a modificazioni di biomarcatori legati al danno neuroassonale. La revisione sistematica del 2026 rappresenta un segnale promettente, ma non dimostra che l’esercizio rigeneri i neuroni, rallenti la progressione della malattia o possa sostituire le terapie farmacologiche.
La posizione scientificamente più corretta si trova tra due estremi: considerare l’esercizio soltanto come un modo per “tenersi in movimento” ne sottovaluta il potenziale; descriverlo come una terapia capace di riparare il sistema nervoso va oltre le evidenze.
Oggi possiamo affermare che l’attività fisica è una componente supportata della gestione della sclerosi multipla e che i suoi effetti biologici meritano di essere studiati più a fondo. Non sappiamo ancora se la riduzione dei neurofilamenti osservata in alcuni studi si traduca in una reale modificazione della progressione.
Per questo il programma di allenamento deve rimanere individualizzato, progressivo, sostenibile e integrato nel percorso clinico complessivo. La qualità della prescrizione conta più dell’etichetta attribuita all’esercizio.
Riferimenti scientifici essenziali
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Ho raccolto qui le risorse principali, gli articoli, il libro e i modi per contattarmi:
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Dobbiamo sempre considerare anche il meccanismo dell’ attivazione neuronale che si attiva esercitando ripetutamente il movimento in zone adiacenti l’ innervazione danneggiata