Contare i passi serve davvero a qualcosa?
Se il risultato è soltanto guardare a fine giornata un grafico colorato sullo smartphone, probabilmente molto poco.
Se invece quei dati vengono utilizzati per stabilire obiettivi realistici, ricevere feedback, modificare il programma e adattare l’attività alle giornate migliori e peggiori, il discorso cambia.
Ed è proprio qui che il monitoraggio digitale dell’attività fisica potrebbe diventare interessante per le persone con sclerosi multipla (SM).
Uno studio randomizzato pubblicato online nell’agosto 2026 ha valutato un programma di monitoraggio online dell’attività fisica per otto settimane, introducendo registrazione dell’attività e reminder all’interno della gestione quotidiana delle persone con SM [1].
La parte interessante non è tanto lo smartwatch, il contapassi o l’app utilizzata.
È il cambio di prospettiva:
monitorare l’attività non significa necessariamente limitarsi a misurarla. Il monitoraggio può diventare parte di un intervento finalizzato a modificare il comportamento.
Le persone con sclerosi multipla tendono a muoversi meno?
In media, sì.
Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2024, comprendente 24 studi, ha rilevato livelli di attività fisica significativamente inferiori nelle persone con sclerosi multipla rispetto ai soggetti di controllo, con una differenza di entità moderata [2].
Questo dato non significa naturalmente che ogni persona con SM sia sedentaria.
Significa però che, a livello di popolazione, esistono ostacoli che possono rendere più difficile mantenere nel tempo uno stile di vita sufficientemente attivo.
Tra questi possono rientrare:
- fatigue;
- difficoltà nella deambulazione;
- alterazioni dell’equilibrio;
- dolore;
- spasticità;
- sensibilità al caldo;
- paura di peggiorare i sintomi;
- riduzione della fiducia nelle proprie capacità;
- difficoltà a organizzare l’attività fisica nella vita quotidiana.
Anche il comportamento sedentario merita attenzione.
Una revisione sistematica con meta-analisi ha infatti mostrato che le persone con SM tendono a trascorrere più tempo in comportamenti sedentari rispetto ai controlli senza SM [3].
Ed è qui che compare una distinzione fondamentale.
Fare allenamento e avere uno stile di vita attivo non sono esattamente la stessa cosa
Una persona può svolgere regolarmente due o tre allenamenti alla settimana e, contemporaneamente, trascorrere gran parte del resto della giornata seduta.
L’allenamento programmato è importante, ma rappresenta soltanto una parte del movimento complessivo.
Pensiamo a:
- camminare;
- spostarsi in casa;
- fare piccole commissioni;
- interrompere periodi molto lunghi trascorsi seduti;
- svolgere attività quotidiane compatibili con le proprie capacità;
- accumulare movimento durante l’intera giornata.
Per questo motivo, quando si parla di attività fisica nella SM, limitarsi a prescrivere una scheda di esercizi può non essere sufficiente.
Una persona può eseguire perfettamente l’allenamento del martedì e del venerdì e rimanere quasi completamente inattiva durante le altre ore della settimana.
Il problema, quindi, non è sempre sapere quali esercizi fare.
Talvolta è riuscire a trasformare il movimento in un comportamento sostenibile.
Cosa ha studiato Candiri e colleghi nel 2026?
Nel trial randomizzato di Candiri e colleghi, pubblicato online su Physiotherapy Theory and Practice il 5 agosto 2026, è stato studiato un programma di monitoraggio online dell’attività fisica della durata di otto settimane [1].
L’intervento prevedeva la registrazione dell’attività e l’utilizzo di reminder, confrontandolo con la normale routine.
Sono stati considerati diversi aspetti, tra cui:
- livello di attività fisica;
- salute psicologica;
- fatigue;
- qualità della vita.
Ciò che rende particolarmente interessante questo lavoro è il modello utilizzato.
Non più soltanto:
“Ecco cosa devi fare. Ci risentiamo tra qualche settimana.”
Ma un processo più dinamico:
monitoraggio → feedback → adattamento → comportamento.
Questa distinzione è importante perché un dispositivo, da solo, non modifica necessariamente le abitudini.
Sapere di aver fatto 3.742 passi può essere un’informazione.
Sapere che nelle ultime tre settimane l’attività è progressivamente diminuita nei giorni caratterizzati da maggiore fatigue e utilizzare questa informazione per modificare gli obiettivi è già qualcosa di diverso.
Il vero valore non è nel wearable, ma nel feedback
Su questo punto la letteratura precedente è piuttosto istruttiva.
Una revisione sistematica del 2024 sulla telereabilitazione basata sull’esercizio nelle persone con SM ha incluso dieci studi controllati randomizzati. Gli interventi a distanza sono risultati generalmente fattibili e sicuri, anche se l’efficacia era variabile tra gli studi e l’aderenza oscillava notevolmente [4].
Una meta-analisi più recente sugli interventi di remote monitoring nelle patologie neurologiche ha inoltre individuato alcune tecniche comportamentali particolarmente interessanti:
- automonitoraggio;
- definizione degli obiettivi;
- problem solving;
- progressione graduale dei compiti;
- supporto;
- feedback [5].
Questo ci porta a una conclusione molto meno tecnologica di quanto possa sembrare:
il dispositivo raccoglie i dati. È il modo in cui quei dati vengono utilizzati a poter fare la differenza.
Il Fitbit, insomma, non ha improvvisamente conseguito una laurea in Scienze Motorie.
Un obiettivo uguale per tutti ha poco senso nella sclerosi multipla
Uno degli errori più comuni è trasformare il monitoraggio in un nuovo standard rigido.
Il classico esempio sono i famigerati 10.000 passi al giorno.
Un numero rotondo, semplice da ricordare e perfetto per essere stampato sopra una tazza motivazionale.
Molto meno perfetto come prescrizione universale.
Nella SM il livello di attività dovrebbe essere adattato alla persona considerando, tra gli altri fattori:
- livello di disabilità;
- capacità di cammino;
- storia di attività fisica;
- fatigue;
- eventuali alterazioni dell’equilibrio;
- dolore;
- condizioni cardiovascolari e metaboliche;
- temperatura ambientale;
- risposta individuale allo sforzo.
Per una persona, passare da 2.500 a 3.000 passi medi quotidiani può rappresentare un progresso importante.
Per un’altra, 8.000 passi possono essere una giornata relativamente sedentaria.
Il dato ha senso soltanto rispetto alla persona che lo produce.
Prima di fissare un obiettivo bisogna conoscere il punto di partenza
Un modo pratico di utilizzare il monitoraggio consiste nel raccogliere inizialmente alcuni giorni di dati senza cercare immediatamente di modificarli.
Per esempio, 7-14 giorni di osservazione possono permettere di comprendere:
- quanti passi vengono realmente effettuati;
- quanto varia l’attività tra un giorno e l’altro;
- quali giornate risultano più difficili;
- se dopo gli allenamenti l’attività quotidiana aumenta o diminuisce;
- se esistono periodi molto lunghi di inattività;
- quanto incidono lavoro, fatigue, caldo e impegni quotidiani.
Solo successivamente può essere sensato stabilire un obiettivo.
Non necessariamente un numero fisso.
Nella SM può essere utile avere obiettivi diversi per giornate diverse
Chi convive con la sclerosi multipla lo sa bene: non tutte le giornate sono identiche.
Utilizzare sempre lo stesso target può diventare controproducente.
Una strategia più razionale può prevedere, per esempio:
Giornata buona
Attività programmata normale e obiettivo di movimento relativamente più alto.
Giornata intermedia
Riduzione del volume mantenendo comunque una quota di movimento compatibile con le condizioni della persona.
Giornata caratterizzata da fatigue importante
Obiettivo minimo, eventualmente distribuito durante la giornata, evitando di trasformare il mancato raggiungimento del target abituale in un fallimento.
La domanda diventa quindi:
“Quanto movimento è appropriato oggi?”
non:
“Sono riuscito a fare il numero che l’app ha deciso per me?”
Il rischio della gamification: quando il monitoraggio diventa un’altra fonte di pressione
Esiste anche il rovescio della medaglia.
Passi, anelli da chiudere, minuti attivi e classifiche possono essere motivanti.
Ma non necessariamente per tutti.
Una persona potrebbe iniziare a interpretare ogni riduzione dell’attività come un fallimento oppure forzarsi a raggiungere il proprio target anche quando i sintomi suggerirebbero maggiore prudenza.
Per questo il monitoraggio dovrebbe servire soprattutto a valutare tendenze, non a emettere sentenze quotidiane.
Un singolo giorno dice relativamente poco.
Due o tre settimane possono iniziare a raccontare una storia.
Un possibile modello pratico di monitoraggio dell’attività fisica nella SM
In un percorso strutturato, il monitoraggio potrebbe essere utilizzato in questo modo.
1. Stabilire una baseline
Monitorare l’attività abituale per 7-14 giorni senza cercare di modificarla artificialmente.
2. Identificare un parametro utile
Non bisogna necessariamente misurare tutto.
A seconda della persona potrebbero essere utilizzati:
- passi giornalieri;
- minuti attivi;
- numero di sedute settimanali;
- tempo trascorso camminando;
- durata delle interruzioni della sedentarietà.
3. Stabilire un obiettivo individuale
Il target dovrebbe partire dal livello reale della persona e non da un numero arbitrario.
4. Valutare l’andamento settimanalmente
Il singolo dato quotidiano può essere rumoroso.
Le medie e le tendenze settimanali sono spesso più informative.
5. Incrociare i dati con i sintomi
Fatigue, caldo, qualità del sonno, dolore e andamento della giornata possono aiutare a interpretare perché l’attività aumenta o diminuisce.
6. Adattare il programma
Se i dati mostrano che l’obiettivo è sistematicamente troppo elevato, potrebbe essere necessario ridurlo.
Se viene raggiunto facilmente e senza conseguenze negative, può essere progressivamente aumentato.
7. Premiare la continuità
L’obiettivo non dovrebbe essere creare settimane perfette.
Dovrebbe essere costruire un comportamento sostenibile.
Il monitoraggio online può essere utile soprattutto nell’allenamento a distanza?
Potenzialmente sì, ed è uno degli aspetti più interessanti.
Uno dei timori rispetto ai percorsi a distanza è che il professionista disponga di meno informazioni sulla vita reale della persona.
In realtà, utilizzati correttamente, gli strumenti digitali possono fornire dati che durante una visita tradizionale sarebbero difficili da ottenere.
Una valutazione ambulatoriale fotografa infatti ciò che accade in un determinato momento.
Il monitoraggio può invece mostrare cosa succede tra una valutazione e l’altra.
Questo non significa che il monitoraggio remoto sostituisca la valutazione clinica.
Significa che può completarla.
Ed è coerente con una crescente letteratura sull’utilizzo della telereabilitazione e degli interventi digitali nella sclerosi multipla [4,6].
Ma allora basta comprare uno smartwatch?
No.
Ed è probabilmente il messaggio più importante di tutto l’articolo.
Uno smartwatch può:
- contare;
- registrare;
- memorizzare;
- produrre grafici.
Non conosce però necessariamente:
- la storia clinica della persona;
- il significato di una giornata di fatigue;
- il programma di allenamento;
- gli obiettivi funzionali;
- eventuali limitazioni;
- il motivo per cui l’attività è improvvisamente diminuita.
Il rischio altrimenti è produrre una quantità impressionante di dati che nessuno utilizza.
Tracking → grafico bellissimo → fine
non è un intervento.
Tracking → interpretazione → feedback → adattamento → nuovo comportamento
può esserlo.
I limiti: cosa non possiamo ancora concludere
È importante non andare oltre ciò che le evidenze consentono di affermare.
Il trial di Candiri e colleghi ha una durata relativamente breve: otto settimane [1].
Questo significa che rimane una domanda fondamentale:
cosa succede quando reminder e supervisione vengono eliminati?
Cambiare un comportamento per alcune settimane e mantenerlo per anni sono due problemi diversi.
Anche la letteratura sulla telereabilitazione mostra risultati promettenti, ma presenta ancora una notevole eterogeneità tra programmi, tecnologie utilizzate, caratteristiche dei partecipanti e modalità di supervisione [4].
Inoltre, non bisogna confondere il monitoraggio dell’attività con il trattamento della sclerosi multipla.
L’attività fisica rappresenta una componente importante dello stile di vita e della gestione complessiva della persona con SM, ma non sostituisce la terapia farmacologica né il follow-up neurologico.
In conclusione
La parte più interessante del monitoraggio digitale dell’attività fisica nella sclerosi multipla non è sapere quanti passi abbiamo fatto.
È capire cosa farne di quell’informazione.
I dati possono aiutare a identificare periodi di inattività, valutare la continuità del movimento, adattare gli obiettivi e comprendere meglio la relazione tra attività quotidiana, allenamento e sintomi.
Ma perché diventino realmente utili devono essere inseriti all’interno di un percorso.
Il futuro dell’allenamento a distanza probabilmente non sarà quindi una scelta tra tecnologia o professionista.
Sarà utilizzare meglio la tecnologia per permettere al professionista di prendere decisioni più individualizzate.
Perché un contapassi può dirci quanto ti sei mosso.
Capire quanto dovresti muoverti tu, oggi, nelle tue condizioni e rispetto ai tuoi obiettivi richiede qualcosa in più.
Domande frequenti
Quanti passi dovrebbe fare una persona con sclerosi multipla?
Non esiste un numero di passi valido per tutte le persone con SM. Il target dovrebbe essere definito considerando livello abituale di attività, capacità di cammino, fatigue, disabilità, condizioni cliniche e obiettivi individuali. In molti casi è più utile partire dalla propria baseline e aumentare progressivamente l’attività tollerata.
Uno smartwatch può essere utile nella sclerosi multipla?
Può essere utile per monitorare passi, movimento e andamento dell’attività nel tempo. Il dato diventa però realmente interessante quando viene interpretato insieme ai sintomi, agli allenamenti e agli obiettivi della persona.
Allenarsi due o tre volte alla settimana basta per essere fisicamente attivi?
Non necessariamente. Una persona può allenarsi regolarmente ma trascorrere molte ore sedentaria nel resto della giornata. Allenamento programmato e attività fisica quotidiana sono due aspetti collegati, ma non completamente sovrapponibili.
Bibliografia scientifica
1. Candiri B et al. The effect of online physical activity monitoring on physical activity level, psychological health, fatigue, and quality of life in patients with multiple sclerosis: a randomized controlled trial. Physiotherapy Theory and Practice. Pubblicato online il 5 agosto 2026. DOI: 10.1080/09593985.2026.2713001.
2. Jeng B, DuBose NG, Martin TB, et al. Updated Systematic Review and Quantitative Synthesis of Physical Activity Levels in Multiple Sclerosis. American Journal of Physical Medicine & Rehabilitation. 2024;103(4):284-292. DOI: 10.1097/PHM.0000000000002312.
3. Zheng P, DeJonge SR, Flores VA, Jeng B, Motl RW. Systematic review and meta-analysis of sedentary behavior in persons with multiple sclerosis. Multiple Sclerosis and Related Disorders. 2023;80:105124. DOI: 10.1016/j.msard.2023.105124.
4. Sladeckova M, Kocica J, Vlckova E, et al. Exercise-based telerehabilitation for patients with multiple sclerosis using physical activity: a systematic review. Journal of Rehabilitation Medicine. 2024;56. DOI: 10.2340/jrm.v56.40641.
5. Behaviorally Informed Interventions to Promote Activity in the Home and Community for Adults With Neurological Disorders: A Systematic Review and Meta-Analysis. 2025. PMID: 40985556.
6. Adnan R, et al. At home e-based physical exercise programs in patients with multiple sclerosis: a scoping review. Frontiers in Neurology. 2024;15:1449519. DOI: 10.3389/fneur.2024.1449519.
Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione medica o una prescrizione individualizzata dell’esercizio fisico.
