Cibi ultra-processati e sclerosi multipla: aumentano davvero il rischio?

“Se hai la sclerosi multipla, dovresti eliminare tutti gli alimenti ultra-processati.”

È una conclusione semplice.

Il problema è che, allo stato attuale delle conoscenze, la ricerca scientifica non permette di dirlo.

Negli ultimi anni, però, diversi studi hanno osservato associazioni tra un maggiore consumo di alimenti ultra-processati e alcuni aspetti legati alla sclerosi multipla. Nel 2026 sono stati pubblicati nuovi dati prospettici e una review specificamente dedicata al rapporto tra ultra-processed foods (UPF) e sclerosi multipla.[1,2]

Questo significa che gli ultra-processati causano la SM?

No.

Significa che possiamo ignorare completamente la questione?

Nemmeno.

Vediamo allora cosa sappiamo davvero.

Cosa sono gli alimenti ultra-processati?

Quando si parla di alimenti ultra-processati si fa generalmente riferimento alla classificazione NOVA, che divide gli alimenti in base alla natura, all’estensione e allo scopo della trasformazione industriale.[6]

Tra gli UPF possono rientrare, per esempio:

  • bevande zuccherate;
  • snack dolci e salati;
  • alcuni prodotti da forno industriali;
  • piatti pronti;
  • cereali da colazione molto formulati;
  • dessert industriali;
  • numerosi prodotti pronti al consumo.

Ma c’è un punto importante.

“Ultra-processato” non significa automaticamente “nutrizionalmente pessimo”.

La categoria è molto eterogenea: due prodotti classificati entrambi come UPF possono avere composizione nutrizionale, frequenza di consumo e ruolo nella dieta molto diversi.

Ed è proprio uno dei limiti evidenziati dalla letteratura più recente.[1]

Cosa ha trovato il grande studio prospettico del 2026?

Uno degli studi più interessanti è stato pubblicato nel 2026 su Clinical Nutrition.[2]

I ricercatori hanno analizzato 185.788 adulti senza diagnosi di sclerosi multipla all’inizio dello studio.

Durante un follow-up medio di circa 8,9 anni, sono stati identificati 384 nuovi casi di SM.

Il dato che ha attirato maggiormente l’attenzione è questo:

ogni aumento del 10% della quota di alimenti ultra-processati era associato a un aumento stimato del 9% del rischio relativo di sviluppare SM.

È importante però interpretare bene quel numero.

Si tratta di un aumento relativo, non assoluto.

Inoltre l’associazione era modesta: l’hazard ratio era 1,09 e la significatività statistica non rimaneva completamente stabile in tutte le analisi di sensibilità.

Gli stessi autori concludono quindi in modo prudente: esiste un’associazione, ma servono altri studi per confermarla.[2]

La formulazione corretta non è quindi:

“Gli ultra-processati aumentano del 9% il rischio di SM.”

Ma:

“In questa popolazione, un consumo maggiore di UPF è risultato debolmente associato a una maggiore incidenza di SM.”

E nella sclerosi multipla pediatrica?

Un altro studio pubblicato nel 2026 ha valutato il consumo di UPF nelle persone con sclerosi multipla a esordio pediatrico e in soggetti di controllo.[3]

Lo studio comprendeva 80 partecipanti con SM pediatrica e 46 controlli.

I ricercatori hanno osservato che un maggiore consumo di ultra-processati era associato a una maggiore probabilità di appartenere al gruppo con SM pediatrica.

Il segnale è interessante.

Ma anche qui non possiamo stabilire che gli UPF abbiano causato la malattia.

Si tratta di un’associazione osservazionale, e gli stessi autori sottolineano la necessità di studi longitudinali più solidi.[3]

Gli ultra-processati possono essere associati anche alla severità?

Un’altra domanda riguarda chi la SM ce l’ha già.

Uno studio italiano del 2023 ha osservato che un maggiore consumo di UPF era associato a una maggiore probabilità di appartenere al gruppo con severità moderata-elevata della malattia.[4]

Il dato è interessante, ma va interpretato con cautela.

Se una persona con maggiore disabilità o fatigue tende a utilizzare più spesso prodotti pronti e facili da consumare, il rapporto potrebbe andare anche nella direzione opposta.

In altre parole, non sappiamo se siano gli UPF a contribuire alla severità o se una maggiore severità favorisca un’alimentazione più basata su prodotti pronti.

Gli stessi autori definiscono infatti i risultati preliminari e generatori di ipotesi.[4]

Esiste un segnale complessivo nella letteratura?

Sì.

Una systematic review con meta-analisi pubblicata nel 2024 ha analizzato il rapporto tra consumo di ultra-processati e diverse condizioni neurologiche.[5]

Per la sclerosi multipla, un maggiore consumo di UPF risultava associato a un rischio superiore.

Questo rafforza l’interesse scientifico per il tema.

Ma anche una meta-analisi di studi osservazionali non dimostra automaticamente un rapporto causale.

Associazione non significa causalità.

È una frase ripetuta spesso, ma in questo caso è davvero il punto centrale.

Perché gli ultra-processati potrebbero essere coinvolti?

La review pubblicata nel 2026 su Multiple Sclerosis discute diversi possibili meccanismi.[1]

Tra questi:

  • adiposità centrale;
  • insulino-resistenza;
  • dislipidemia;
  • ipertensione;
  • alterazioni metaboliche;
  • modificazioni del microbiota intestinale;
  • profili metabolici pro-infiammatori.

Sono ipotesi biologicamente plausibili.

Ma plausibilità biologica e prova clinica non sono la stessa cosa.

Possiamo dire che questi meccanismi potrebbero contribuire.

Non possiamo dire che gli ultra-processati provochino direttamente neuroinfiammazione o progressione della SM.

È il grado di lavorazione o la qualità complessiva della dieta?

Questa è probabilmente una delle domande più importanti.

Una persona che consuma molti ultra-processati tende spesso anche ad avere:

  • una dieta più povera di fibre;
  • meno verdura e frutta;
  • meno legumi;
  • una maggiore densità energetica;
  • più zuccheri aggiunti;
  • più sale;
  • una qualità complessiva della dieta inferiore.

Se quella persona presenta risultati di salute peggiori, cosa ha prodotto davvero la differenza?

Il livello di trasformazione industriale?

La qualità nutrizionale?

Il pattern alimentare complessivo?

Probabilmente più fattori insieme.

La letteratura recente sugli UPF sottolinea proprio questa difficoltà: separare l’effetto della lavorazione industriale da quello della qualità nutrizionale complessiva non è semplice.[7]

Per questo è scorretto trasformare un dato epidemiologico in una regola del tipo:

“Questo alimento è ultra-processato, quindi peggiora la SM.”

Quindi chi ha la SM deve eliminare tutti gli ultra-processati?

No.

Le evidenze attuali non dimostrano che eliminare completamente gli UPF:

  • riduca le ricadute;
  • rallenti la progressione della disabilità;
  • riduca le lesioni alla risonanza magnetica;
  • modifichi l’attività della malattia;
  • migliori la prognosi della SM.

La review del 2026 sottolinea proprio la scarsità di studi longitudinali e di intervento specifici sulla sclerosi multipla.[1]

Questo non significa che la qualità dell’alimentazione non conti.

Significa semplicemente che tra:

“un consumo abituale molto elevato di UPF potrebbe essere sfavorevole”

e:

“devi eliminare gli ultra-processati perché peggiorano la tua SM”

c’è una differenza scientifica enorme.

E soprattutto: niente sensi di colpa

Questo punto merita attenzione.

Chi ha ricevuto una diagnosi di sclerosi multipla potrebbe leggere questi studi e pensare:

“Allora me la sono provocata mangiando male?”

No.

La sclerosi multipla è una malattia complessa e multifattoriale.

Gli studi descritti analizzano associazioni statistiche a livello di popolazione.

Non permettono di spiegare perché una singola persona abbia sviluppato la malattia.

Un’associazione epidemiologica non può trasformarsi retroattivamente in una colpa individuale.

La domanda migliore non è: “Questo alimento è ultra-processato?”

Nella pratica è molto più utile chiedersi:

che ruolo ha questo alimento all’interno della dieta complessiva?

Per esempio:

  • Quanto frequentemente viene consumato?
  • Qual è la sua composizione nutrizionale?
  • Cosa sta sostituendo nella dieta?
  • È un prodotto occasionale o rappresenta la base dell’alimentazione?
  • Il consumo di verdura, frutta, legumi e cereali integrali è adeguato?
  • Le fonti proteiche sono sufficienti?
  • L’alimentazione è sostenibile nella vita reale della persona?

Questo approccio è meno spettacolare di una lista di cibi proibiti.

Ma è molto più utile.

Una dieta sana non deve essere una dieta perfetta

Il rischio della comunicazione nutrizionale troppo rigida è trasformare il miglioramento dell’alimentazione nella ricerca ossessiva di una dieta completamente “pulita”.

Ma una buona alimentazione non viene definita dal singolo biscotto, dalla singola merendina o dal singolo prodotto pronto.

Conta molto di più la struttura della dieta nel tempo.

Per questo, invece di inseguire lo zero assoluto di UPF, è più utile fare in modo che questi prodotti non sostituiscano sistematicamente alimenti nutrizionalmente più interessanti.

Cosa possiamo fare oggi, concretamente?

Alla luce delle evidenze disponibili, una strategia ragionevole può essere questa.

1. Costruire la dieta soprattutto su alimenti di buona qualità nutrizionale

Verdure, frutta, legumi, cereali e derivati adeguatamente scelti, pesce, uova, latticini se appropriati, frutta secca e olio extravergine d’oliva possono rappresentare la struttura principale dell’alimentazione.

2. Evitare la logica “proibito o consentito”

La frequenza conta.

Mangiare occasionalmente un prodotto ultra-processato non equivale ad avere una dieta basata prevalentemente sugli UPF.

3. Considerare la vita reale

Una persona con SM può convivere con fatigue, difficoltà motorie o giornate in cui cucinare diventa impegnativo.

In alcuni casi un alimento pronto ben scelto può aiutare a mantenere una dieta più equilibrata.

Pretendere che tutto venga preparato da zero ogni giorno può essere teoricamente perfetto e praticamente irrealistico.

4. Guardare il pattern, non il singolo alimento

La domanda utile non è:

“Questo alimento è buono o cattivo?”

Ma:

“Come si inserisce nel modo in cui mangio abitualmente?”

Cibi ultra-processati e SM: cosa possiamo concludere?

Le evidenze stanno diventando interessanti.

Nel 2026 uno studio prospettico su quasi 186.000 persone ha osservato una debole associazione tra maggiore consumo di ultra-processati e maggiore incidenza di sclerosi multipla.[2]

Un altro studio ha trovato un maggiore consumo di UPF nelle persone con SM pediatrica rispetto ai controlli.[3]

Dati precedenti hanno inoltre rilevato associazioni con la severità della malattia,[4] mentre una meta-analisi ha identificato complessivamente un’associazione tra maggiore esposizione agli ultra-processati e rischio di SM.[5]

Abbiamo quindi un segnale scientifico che merita di essere studiato.

Ma non abbiamo ancora la dimostrazione che gli ultra-processati:

  • causino la sclerosi multipla;
  • ne accelerino la progressione;
  • oppure che eliminarli modifichi il decorso della malattia.

La nutrizione può essere una parte importante della gestione complessiva della persona con SM.

Ma dovrebbe servire a costruire un’alimentazione migliore, sostenibile e personalizzata.

Non una nuova lista di alimenti da temere.

Perché ancora una volta la domanda più utile non è:

“Quale cibo devo eliminare?”

ma:

“Come posso migliorare concretamente la qualità della mia alimentazione senza trasformarla in un’altra fonte di stress?”

Domande frequenti

Gli alimenti ultra-processati causano la sclerosi multipla?

Attualmente non esistono prove sufficienti per affermarlo. Diversi studi osservazionali hanno rilevato un’associazione tra maggiore consumo di UPF e rischio o caratteristiche della SM, ma associazione non significa causalità.

Chi ha la sclerosi multipla deve eliminare gli ultra-processati?

Non esistono evidenze che dimostrino la necessità di eliminarli completamente. È più utile valutare la qualità dell’alimentazione complessiva, la frequenza di consumo e il ruolo dei singoli prodotti nella dieta.

Gli ultra-processati peggiorano la sclerosi multipla?

Alcuni dati osservazionali hanno trovato associazioni tra maggiore consumo e maggiore severità della malattia, ma non possiamo stabilire che siano gli UPF a causare il peggioramento.

Tutti gli alimenti confezionati sono ultra-processati?

No. Confezionamento e ultra-processamento non sono sinonimi. La classificazione NOVA considera il tipo e il grado di trasformazione industriale e gli ingredienti utilizzati.

Bibliografia scientifica

1. Lorefice L, Fenu G, Fantola G, Zoledziewska M. Ultra-processed foods and multiple sclerosis: Evidence, pitfalls and perspectives. Multiple Sclerosis. 2026. DOI: 10.1177/13524585261481479.

2. Vagner P, Brayner B, Rauber F, et al. Ultra-processed food consumption and multiple sclerosis incidence: A prospective cohort study. Clinical Nutrition. 2026;61:106673. DOI: 10.1016/j.clnu.2026.106673.

3. Machado P, Mazahery H, Black LJ, et al. Higher ultra-processed food consumption is associated with higher likelihood of paediatric-onset multiple sclerosis. Multiple Sclerosis and Related Disorders. 2026;109:107159. DOI: 10.1016/j.msard.2026.107159.

4. Guglielmetti M, Grosso G, Ferraris C, et al. Ultra-processed foods consumption is associated with multiple sclerosis severity. Frontiers in Neurology. 2023;14:1086720. DOI: 10.3389/fneur.2023.1086720.

5. The association of ultra-processed food intake with neurodegenerative disorders: a systematic review and dose-response meta-analysis of large-scale cohorts. 2024. DOI: 10.1080/1028415X.2024.2351320.

6. Monteiro CA, Cannon G, Levy RB, et al. Ultra-processed foods: what they are and how to identify them. Public Health Nutrition. 2019;22(5):936-941. DOI: 10.1017/S1368980018003762.

7. Dinu M, et al. Ultra-processed food exposure and health outcomes: Current evidence, controversies, and future perspectives. 2026.

Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione medica o nutrizionale individualizzata.

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